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Da Il Corriere della Sera del 09/08/2014

Edizione nazionale - Pagina 43

Spettacoli
 
MUSICA DI QUALITA' CON PEPPE BARRA

E UN DUO DI VIRTUOSI
di Paolo Isotta


La tiburtina Villa d'Este fu dimora di Franz Liszt che vi scrisse quei celeberrimi Jeux d'eau à la Villa d'Este donde rampolla si può dire, lo stesso Impressionismo musicale. è sede adesso d'un festival musicale intitolato Jeux d'Art a Villa d'Este diretto dal grande pianista Francesco Nicolosi, catanese di nascita ma napoletano da oltre quarant'anni. Nel corso delle belle manifestazioni se n'è avuta una di particolare rilievo: insieme con un altro sommo pianista, Francesco Libetta, Nicolosi ha eseguito II carnevale degli animali di Camille Saint-Saëns.
Quest'opera vuol essere una successione di «numeri» or burleschi or incantati ciascuno dedicato a una specie: dalle creature marine al leone, all'elefante, a vari uccelli, alle tartarughe (il Can-can di Offenbach eseguito a sesquipedale lentezza) agli animali dalle lunghe orecchie, gli asini. I pianoforti sono impiegati con delicatissimi accompagnamenti, con figuralismi, con audacissimi virtuosismi. Una delle razze descritte è quella dei pianisti: si succedono noiosi esercizî fatti di scale e «doppie terze». È tradizione, basata su d'un'indicazione editoriale, che essi esercizî vadano eseguiti con l'insicurezza d'un principiante; Nicolosi, ch'è un attento studioso, ha spiegato al plaudente pubblico esser tale indicazione apocrifa. Egli e Libetta hanno eseguito le scale, a ogni grado tonale raggiunto, progressivamente a maggior velocità: fino a quella mozzafiato ultima. È nato un duo pianistico che spazzerà il ricordo di quelli fin qui conosciuti; e posso annunciare che tale duo, nel corso del 2015, cadendo i dieci anni dalla morte di Franco Mannino, ne riproporrà il meraviglioso Concerto per due pianoforti e orchestra.
Nella prima parte, Peppe Barra ha fatto da solista nel sempre piacevole monologo di Prokofiev Pierino e il lupo: e ancora una volta, con la sua arte eccelsa, ha mostrato l'affinità esistente fra l'umorismo russo e quello napoletano. In ambo le opere l'orchestra, denominata Discantus, era diretta dal bravissimo Francesco Vizioli, napoletano anch'egli. La mattina successiva c'è stata una delle esperienze fondamentali della mia vita: la mia prima visita nella villa di Adriano a Tivoli, l'immenso complesso dallo studio del quale tutta l'architettura dal Rinascimento in poi scaturisce. La stessa campagna descritta da Goethe circondava nel calore meridiano punteggiato dal canto delle cicale: e l'immagine di una grandezza ormai irraggiungibile campeggiava. Libetta vive a Nardò, presso Lecce: ma mi ha fatto da guida negli spazi winckelmanniani come se della Villa Adriana fosse un abitatore.

 

Da Il Corriere della Sera del 07/10/2013
Edizione nazionale

 

PARAFRASI PIANISTICHE DEL MAESTRO NICOLOSI
di Paolo Isotta

 

Il pianoforte può essere un mezzo per onorare compositori non pianistici. Abbiamo detto di come il grande pianista Francesco Libetta abbia onorato al Festival di Martina Franca Carlo Gesualdo nella ricorrenza quadricentenaria; il non meno grande pianista Francesco Nicolosi venera attraverso Thalberg e Liszt e il pianoforte Wagner e Verdi nella ricorrenza bicentenaria.
Nell'Ottocento una forma di musica pratica era la cosiddetta Parafrasi pianistica da opere che pianistiche non sono. Ma questa prassi venne portata a dignità di forma d'arte, a volta a volta alta o altissima, da Sigismondo Thalberg e Franz Liszt. Il primo fu uno dei più grandi pianisti mai vissuti e grande anche come compositore. Nacque a Ginevra nel 1812: si vuole fosse figlio naturale del conte Dietrichstein ma voce ricorrente è che fosse un bastardo dei Wittelsbach. Riempì della sua arte l'Europa e il mondo; poi si ritirò a Napoli nella meravigliosa villa tuttora esistente al cosiddetto "Calascione", vicolo della zona di Monte di Dio donde si ha la più bella veduta possibile del Golfo, su Posillipo e senza Vesuvio. A Posillipo egli possedeva altra villa meravigliosa ereditata dal grande basso Lablache del quale era genero. Essa è ancora proprietà di suoi discendenti, i Pignatelli di Strongoli. Attraverso il suo allievo Beniamino Cesi, Thalberg fu il capostipite della scuola pianistica napoletana: donde il grande Maestro Vincenzo Vitale, che formò Nicolosi, oltre che numerosissimi altri fra i quali Riccardo Muti, e buon ultimo chi scrive. Di Thalberg Nicolosi è un illustre cultore, avendo inciso numerose sue composizioni negli anni e avendolo a protagonista di suoi concerti.
Le Parafrasi di Thalberg, delle quali le più importanti sono quelle da Rossini, si caratterizzano per uno scrupoloso rispetto dell'originale: in altre parole, solo obiter, incidentalmente, sono opera d'arte creativa. Lo sono per il loro miracoloso adattamento all'idioma pianistico della melodia vocale e della partitura orchestrale. Il concerto del Maestro Nicolosi del quale ci occupiamo mette in programma il Souvenir de Un Ballo in maschera.
Liszt si applicò a numerosissimi compositori siccome il suo interesse e la sua generosità a far conoscere la musica altrui e anche la modernissima sono immensi: arrivò sino ai russi. Ma la sua arte in questo tipo compositivo si differenzia assai da quella di Thalberg investendo essa la medesima creazione di musica nuova. In altre parole egli approfitta dell'altrui musica per comporne di propria addita a quella. Sono Variazioni come anche riesposizioni dei temi originari con armonie mutate. Un caso di genio nato da un'apparente stravaganza è quello della Parafrasi dal Rigoletto; quello di un fallimento perché ellenici e immutabili sono i temi e le armonie è il caso della Norma di Bellini.
Della sua arte della Parafrasi occupa un luogo particolare quella dedicata a Wagner. Qui l'Ungherese sembra assolvere un dovere religioso, tanto dedicato all'umile servizio verso il più grande dei compositori appare il suo genio di compositore. E v'è in questo un apparente paradosso: là ove Liszt più serve ivi più ineseguibile appare. Perché la trascrizione di pagine di somma difficoltà in se stessa, come l'Ouverture del Tannhäuser o della Morte di Isolda dal Tristano diviene supremamente ardua.
Il Maestro Vitale è stato per tutta la vita un lisztiano intemerato, rivendicando non solo l'opera di Franz ai fini della nascita definitiva dell'idioma e della tecnica pianistici ma anche la grandezza di compositore la quale fino a qualche decennio fa non era riconosciuta come oggi. Su questo punto occorrerà poi leggere il bellissimo libro di Michele Campanella che della Morte di Isolda è uno dei più grandi interpreti.
Nicolosi è un sommo virtuoso: condivide con Libetta un virtuosismo esercitato con sprezzatura e libertà onde lo spirito lieto e apparentemente incurante col quale si esercita nelle somme difficoltà. È anche un profondissimo musicista e un uomo di cultura. Parliamo del suo concerto avutosi alla Villa d'Este di Tivoli, presso la quale egli organizza una stagione concertistica. In esso egli vuole ricordare anche Gabriele d'Annunzio nel centocinquantenario. Così Mariano Rigillo legge alcune pagine musicali del sommo Ariel musicus fra cui l'Ode in morte di Verdi ch'è una delle più grandi cose di tutta la storia della poesia. In programma la Parafrasi dall'Aida e quelle dall'Oro del Reno, dal Parsifal e, appunto, dal Tristano.
Presso la Villa d'Este, prossima a quella di Adriano, Liszt soggiornò; e ci ha lasciato una stupefacente opera, i Giuochi d'acqua a Villa d'Este, che in altre occasioni le dita infallibili di Nicolosi ci hanno regalata.

Da Il Corriere della Sera del 29/12/2014
Edizione nazionale - Pagina 35
Spettacoli - Volti e teatri

 

LA NOMINA DI NICOLOSI AL BELLINI DI CATANIA

E' UN PREMIO ALL'ARTE
di Paolo Isotta

 

La notizia che Francesco Nicolosi è stato nominato direttore artistico del teatro Bellini di Catania rappresenta il raro caso di una scelta che premia l’arte e quella cosa che io chiamo il«mestiere» e che oggi piace definire «professionalità»; e ne dobbiamo ringraziare un uomo sensibile e intelligente quale Enzo Bianco, che di Catania è sindaco. Nicolosi, catanese, ha da pochi giorni compiuto i sessant’anni; ma è da quarant’anni napoletano onorario per essersi a Napoli trasferito e avervi seguito i corsi di Vincenzo Vitale, del quale è stato uno dei migliori allievi: sicché oggi, maturato e approfondito il suo fondamento colla capacità di crescere da sé in senso tecnico e culturale , è uno dei migliori pianisti viventi al mondo: il che i nostri lettori mi avranno visto sovente affermare. Nicolosi, col quale condivido radici e l’amore per la Storia romana, è tuttavia da decennî anche un esperto organizzatore musicale, dotato in pari misura di senso pratico e fantasia: e tutti si attendono moltissimo affinché riporti alla sua primazia uno dei teatri più belli (e di migliore acustica) che esistono.

Da Il Corriere della Sera del 10/04/2001

Edizione nazionale


 BELLINI, LA RIVINCITA DI UN GENIO

ATTRAVERSO IL PIANOFORTE

di Paolo Isotta

 

Per i 200 anni dalla nascita, un omaggio di Francesco Nicolosi al Cigno di Catania. Nonostante le manchevolezze tecniche, Liszt e Chopin lo ammiravano, ma Wagner addirittura lo adorava  Morto a trentaquattro anni in circostanze misteriose, l' autore della «Norma» è stato schiacciato dalla grande popolarità di Verdi Bellini, la rivincita di un genio attraverso il pianoforte Per i 200 anni dalla nascita, un omaggio di Francesco Nicolosi al Cigno di Catania E' solo ripetersi osservare quanto eccessivo squilibrio vi sia, nell' anno del duplice centenario, fra le celebrazioni verdiane e quelle belliniane. Bellini (1801-1834) si spense a trentaquattro anni in circostanze subitanee e misteriose; come Schubert, alla morte non era pronto. Del pari s' è detto almeno per Purcell, Pergolesi, Mozart, Schubert e Mendelssohn: anche per Bellini vale che senza la sua morte accidentale il corso della storia musicale sarebbe stato altro. Le manchevolezze tecniche della partitura orchestrale belliniana non dimidiarono agli occhi dei più sofisticati il valore inventivo del Cigno. Si può dire che Liszt ammirò troppi compositori perché il suo giudizio venga considerato inappellabile. Ma Chopin era il più schifiltoso intenditore che mai fosse; Wagner adorava Bellini e lo mostrò con la penna e con la bacchetta; persino Verdi, pur affetto da odium humani generis, diede forse su Bellini il riconoscimento più limpido e generoso. Omaggi a Bellini giungenti attraverso l' indiretta via del pianoforte finiranno talora coll' essere più significativi di allestimenti operistici. Michele Campanella ha tenuto a Santa Cecilia un concerto, strepitosamente accolto, fatto di «Parafrasi» pianistiche lisztiane di opere di Bellini e Verdi; il grande artista avrà solo piacere se mi dedicherò, per un' iniziativa analoga, a un suo collega al quale si deve uno dei più bei concerti da me ascoltati negli ultimi anni. Il protagonista di quest' articolo si chiama Francesco Nicolosi. È nato, come il Cigno, a Catania, e come lui s' è formato alla scuola napoletana, nelle mani di un genio quale Vincenzo Vitale, maestro anche di Campanella, di Muti, di Carlo Bruno e altri grandi e piccoli astri del mondo musicale. Gli artisti d' un certo successo si stabiliscono a Milano, i più scapricciati a Roma. Nicolosi, invece, s' è fatto napoletano, essendo la mia città un borgesiano giardino dei destini incrociati. Da una parte il destino Vitale, che significa un Maestro con Liszt incorporato; dall' altra Sigismondo Thalberg, l' altra metà dell' ascendenza di Vitale stesso, che nel secolo di Liszt fu, ancor più di Chopin, di Liszt il titolato rivale. Questo nome ai suoi tempi, e in quanto virtuoso e in quanto compositore, era quello di un divo popolare quanto oggi un cantante rock. Era tuttavia in Thalberg una vena ipocondriaca la quale conduce spesso chi ne è vittima a dissimularla sotto l' aspetto del bon vivant. Chopin morì senza esser costretto a scegliere un atteggiamento; Liszt trascorse di rado, nella propria vita, due giorni nello stesso luogo.Ci si illude così di fuggire da noi stessi. Thalberg non verrà dalla storia ricordato artista grande quanto Liszt; forse, di lui più clairvoyant. Le circostanze della sua vita non sono meno romanzesche di quelle del rivale. Nacque a Ginevra nel 1812, bastardo del conte Moritz von Dietrichstein e di una baronessa Wetzlar, due cognomi strettamente legati, sol che si sforzi la memoria, a Mozart e Beethoven. La natura aristocratica dovette provocargli l' avversione alla vita del virtuoso girovago; dopo successi planetarî scelse, per non lasciarla più, la più bella città del mondo. S' imparentò con la più alta aristocrazia, esistendone ancora i discendenti.Si costruì due ville meravigliose, l' una a Posillipo, l' altra in un sito del Monte di Dio (l' antica acropoli greca) donde s' appostavano i pittori per la più tipica prospettiva dei guazzi, quella ch' esclude il Vesuvio, mostra l' infilata della Villa Reale e della Riviera di Chiaia, s' apre sull' intera collina di Posillipo. Di là dai suoi meriti di compositore e sommo pianista, Thalberg ne ha dunque di specifici verso l' Italia. Dalla sua scuola discende un genio come Martucci, il più grande compositore strumentale italiano dell' 800, considerato in Germania il Brahms italiano.Da lui viene anche il fatto che la scuola napoletana non abbia sentito come invalicabile la scissione tra il linguaggio melodrammatico e quello della cosiddetta Musica Assoluta: scelta per altri lacerante. Tra le sue attività, e chiudiamo il cerchio, Francesco Nicolosi s' è dedicato al culto scientifico e artistico di Thalberg e già ha inciso cospicua parte della sua opera. Ma torniamo agli anni Trenta e Quaranta dell' 800, che videro più stretto, socialmente e musicalmente, il nesso tra pianoforte e melodramma. Da un lato lo sviluppo costruttivo dello strumento tendeva vieppiù, favorendo una parallela tecnica neuro-muscolare del l' esecutore, verso le possibilità del legato e del cantabile: e si pensi solo a Chopin. Dall' altro, la musica di moda era quella delle novità teatrali. Ora, in un salon, un qualsiasi dilettante poteva ripetere, sullo strumento sintesi di tutti gli strumenti, le più recenti melodie. Il pianista di professione poteva esser richiesto d' improvvisare su di esse; ovvero di riprodurle nel loro contesto formale, più o meno fedelmente: le cosiddette Parafrasi; ovvero di scrivere pezzi che connettessero, con tecnica ove più ove meno drammaturgica, i momenti capitali d' un' Opera: la Fantasia. L' imperatore di questo genere compositivo fu ovviamente Liszt, insieme il più e il meno rigoroso di tutti i trascrittori. Ma non il solo, giacché il fenomeno in oggetto assume rilevanza sociale travalicante addirittura l' artistica. Sotto la nera cappa della morte di Bellini, svariate onoranze musicali scaturirono. Il generosissimo Liszt s' incaricò di commettere a sé e altri cinque prestigiosi compositori (Thalberg, Pixis, Herz, Czerny, Chopin), un Hexaméron, ossia un collettivo tombeau fatto di Variazioni e altri brani sopra il duetto dei Puritani «Suoni la tromba». È una sorta di megaterio pianistico ove tutti gli stili e le tecniche sono fusi e giustapposti quasi con perversione, come per render tecnicamente ineseguibile il medaglione a un sol esecutore. Nicolosi lo porterà quest' anno in tournée dovunque, e il suo debutto al San Carlo di Napoli, una settimana fa, mostra il suo quasi sprezzante dominio di brani che, eseguiti a tempo e senza omissione di note, restano alla portata di pochissimi.Questa prima parte di concerto è d' una importanza storica rivelatrice. La seconda pone faccia a faccia i due rivali, Liszt e Thalberg. Tutti conoscono del primo le Reminescenze dalla «Norma», capolavoro pianistico-idiomatico che dell' originale attua il flusso sinfonico colto di Wagner, pur se una mutata teleologia, cioè una mutata successione dei brani, che nell' originale è necessaria, provochi sconcerto. Qui il pianoforte di Nicolosi diviene orchestra wagneriana e insieme, come dire, voce di Maria Callas. La Grande Fantasia su «La sonnambula» di Thalberg tende invece a mettere in rilievo, con abilissima connessione, le più patetiche, le più astrali melodie del Cigno, apponendo loro un accompagnamento magistrale realizzare il quale è già opera di poeta del pianoforte. Quando dalle dita di Nicolosi si sprigiona, con la stessa intensità di fiato di, osiamo, Giuditta Pasta, Ah non credea mirarti, si entra in estasi.La nobilissima semplicità di Thalberg conquista; e conquistano dita e braccio d' un pianista capace di cantare, appunto, come il sommo soprano. La Storia ha percorsi tortuosi: la rivincita di Bellini passa per il pianoforte.

Da Wanderer del 09/04/2021
 

UNA CONTESSA CON IL NASO DA UOMO

di Sara Zurletti

 

«Una contessa con il naso da uomo»: così Robert Schumann, cioè il più acuto, chiaroveggente e generoso critico musicale della storia, definisce scherzosamente nel 1841 Sigismond Thalberg, colto al culmine del successo che lo rivela come uno dei massimi pianisti-compositori della scena internazionale – e la concorrenza a quest'altezza è agguerrita! Nato a Ginevra nel 1812 ma formatosi musicalmente a Vienna e poi a Londra (con Moscheles) e a Parigi (con Kalkbrenner) – che è quanto dire i numi tutelari del virtuosismo Biedermeier – Thalberg cavalca vittoriosamente un momento nodale della storia della musica e del pianoforte. La sua è l'epoca di una formidabile accelerazione dell'evoluzione per la quale nel giro di qualche anno nel panorama musicale cambia tutto: dalla costituzione tecnica del pianoforte alle modalità sociologiche di ascolto, dalla composizione del repertorio strumentale e operistico – integrato prepotentemente dal melodramma romantico italiano e poi dalle sue rifrazioni pianistiche – allo stesso spazio antropologico riservato alla musica, che diventa nel giro di pochi anni, si potrebbe sostenere, un fenomeno di massa. Il pianoforte si afferma nella prima metà dell'Ottocento come la voce capace di interpretare meglio di qualunque altra i sogni e le inquietudini di una società che sta tumultuosamente cambiando assetto, scossa dal travaglio della prima modernizzazione ma ancora capace di pensare il mondo in termini di valori saldi e universali, e di concepire l'arte come il sismografo insostituibile del suo fermento spirituale.

Proprio la sua versatilità, il carattere di sensorio capace di captare e tradurre artisticamente le convulsioni del cambiamento, rendono lo strumento nato dalle mani di Bartolomeo Cristofori all'alba del secolo precedente il centro simbolico e l'attrazione principale dei salotti dell'aristocrazia europea, che costituiscono ancora la ribalta concertistica in grado di consacrare una carriera. In uno dei più splendidi fra questi salotti Cristina di Belgiojoso, fatalissima contessa italiana simpatizzante dei movimenti risorgimentali, organizza nel 1837 a Parigi una spettacolare tenzone fra i due massimi cavalieri europei della tastiera: Thalberg appunto, reduce da una serie di esibizioni che aveva fatto sensazione, e Liszt che torna apposta dalla Svizzera dov'era riparato per tenere protetta la sua relazione con la contessa parigina Marie D'Agoult. Il verdetto, così pare, premia i due campioni del bianco e nero con un ex-aequo, ma il solo fatto di appaiare la reputazione dell'inarrivabile autore degli Studi trascendentali – che di suo sta per intraprendere quella trionfale serie di tourné che Heine battezzerà “Lisztomania” – rende l'idea di quanto alta brillasse già alla fine degli anni Trenta la stella di Thalberg (...)

Tutte le parafrasi operistiche, più Les soirées de Pausillippe, il Concerto per pf. in Fa minore (un lavoro giovanile, con l'orchestra in un ruolo di semplice supporto allo strumento solista, ben diretto da Andrew Mogrelia e accompagnato dall'apprezzabile Razumovsky Symphony Orchestra) e altri brani ancora sono contenuti in un cofanetto di sei CD uscito per la Naxos e firmato dal pianista Francesco Nicolosi. Le registrazioni coprono un arco di tempo che va dal 1990 al 1995, ed escono quest'anno in edizione comprensiva in occasione del centocinquantenario della morte del compositore austriaco. Questa imponente impresa editoriale costituisce un importante conseguimento della carriera di Nicolosi, che presiede il centro studi dedicato a Thalberg e il Sigismond Thalberg International Piano Competition. Nicolosi, la cui formazione si è svolta a Napoli con Vincenzo Vitale, ha sempre dimostrato un legame ideale con il compositore austriaco che, ritirandosi a fine carriera a vivere proprio a Napoli e dedicandosi qui all'insegnamento, contribuisce a creare la splendida scuola pianistica napoletana. Dunque una scelta d'elezione, quella di questo cofanetto, per un pianista come Nicolosi che percorre queste pagine evidentemente congeniali con magistrale controllo delle nervature architettoniche, misura e gusto negli effetti, esaltante slancio melodico e una qualità di suono di rara bellezza. Ineccepibile l'intuizione interpretativa al fondo di questa monografica: la parafrasi thalberghiana è ancora interna al gusto Biedermeier, si pone cioè ancora come musica reservata, un'arte rivolta ai palati raffinati dell'alta società europea abituata a consumare cultura da tempo immemorabile e capace di cogliere le sfumature di senso più sottili. Nicolosi esegue questi brani, di grande e sobria eleganza, come se si rivolgesse agli uomini e alle donne di quella società tramontata da gran tempo, che tuttavia con la forza dei suoi codici e delle sue predilezioni culturali è stata capace di preformare la musica imponendole il suo sistema di valori e l'impronta elitaria del suo gusto. Il pianista napoletano dimostra rispetto agli assunti estetici di questa musica una sintonia e una comprensione che non si potrebbero immaginare più profonde. La compostezza dello stile esecutivo, la naturalezza con cui restituisce la grazia aristocratica di questi brani, la comprensione per un'arte tanto carica di memorie quanto leggera nel tratto stilistico, permettono a Nicolosi di lasciare vibrare il dettato di tutte le allusioni alla grande letteratura romantica: dietro le opere che qui vengono amorevolmente smembrate, interpretate, ricomposte e infine smaltate in una sorta di squisita miniatura, fanno capolino gli eroi e le eroine della grande letteratura romantica – Hugo, Schiller, Byron, Dumas – che si sono sciolti dall'originario contesto letterario ma sono poi rimasti impigliati in una linea melodica, in un passo di arpeggi, in una sequenza di accordi di questa geniale operazione di archeologia letteraria. Ascoltando con attenzione questo repertorio, specialmente se reso come in questa esecuzione con un'evidente consapevolezza culturale e conseguente capacità d'immaginazione, ci si tuffa in un passato che in realtà non ha mai smesso di abitarci: la musica assoluta di Thalberg risale attraverso la drammaturgia dell'opera romantica al suo fomite letterario, fornendo agli eroi e alle eroine dei romanzi ottocenteschi il palcoscenico per un'ultima apparizione.

Da Il Corriere della Sera del 14/04/2021
Edizione del mezzogiorno - Pagina 12
Tempo libero

 

NICOLOSI, UN COFANETTO PER THALBERG
Sei CD dedicati al pianista rivale di Franz Liszt

a 150 anni dalla morte

di Dario Ascoli

 

Con un cofanetto di CD, naturalmente anche su Spotify, Francesco Nicolosi reca un omaggio a quel Sigismund Thalberg, virtuoso pianista nato nel 1812 a Ginevra, ma di cittadinanza austriaca, diventato poi napoletano, anzi posillipino, per amore di

Francesca Lablache, figlia del basso rossiniano Luigi, fondatore della Scuola Pianistica Napoletana. Il 19° secolo amava i dualismi e Thalberg fu indicato dai critici e soprattutto da editori e impresari del tempo, come rivale in virtuosismo niente meno che di Franz Liszt, con cui le cronache narrano di una sfida pubblica che non poteva che terminare con un combattuto pareggio: superiore nel legato e nel cantabile Thalberg, vincente nella velocità e nelle estensioni Liszt. Ebbene, proprio la cantabilità è la qualità vincente di Nicolosi. Del pianista catanese,

allievo di Vitale, il prezioso cofanetto Naxos contiene ben sei cd per celebrare i 150 anni dalla morte a Napoli del compositore, cui la città dedicò una scultura di Giulio Monteverde in Villa Comunale. Ma è la musica la chiave per l’immortalità di un compositore e Nicolosi rende omaggio a Thalberg con 4 cd dedicati a parafrasi su temi di operisti italiani, un cd che contiene quel giovanile concerto per pianoforte e orchestra e uno ispirato dall’amata collina «Soirées de Pausilippe». Il compianto Paolo Isotta, la cui severità rimarrà proverbiale quanto la sua immensa cultura, di Nicolosi scrisse: «Bisogna riconoscere che nessuno oggi gli può essere accostato per la luminosità del suono, la capacità di cantare e legare». Quello di Nicolosi è virtuosismo della libertà dei sentimenti; il pianista non vuole, a costo di acrobazie, dimostrarci che di meglio non si possa ascoltare, piuttosto ci persuade, amabilmente accarezzando la nostra indolenza mediterranea, che troppa fatica, probabilmente infruttuosa, comporterebbe inseguire un’interpretazione più suadente.